stupore


Su queste rive pietrificate dove nulla si trasforma, il paesaggio-oggetto si cristallizza in patrimonio e muore.
Solo un rimedio possibile: mettere in cantiere lo stupore.
Lo stupore procede dall’abbandono delle certezze. Presuppone un gomitolo di ipotesi, edificio fragile e meraviglioso, soggetto al minimo soffio di vento e costantemente rivisitato. Si poggia sull’insieme delle possibilità: la diversità. L’erba ne fa parte. Lo stupore risiede nell’istante, e nell’istante sparisce. Il suo rilancio viene con il tempo, o con lo spostamento nello spazio (ma sempre di tempo si tratta). Solo il vivente, capace di invenzione, trasforma gli stati istantanei degli individui o del paesaggio (catturati da una foto, da uno sguardo) in entità e spazi nuovi. Lo stupore lavora sul registro indefinito dell’evoluzione, nel sistema chiuso, finito, delimitato dai confini del Giardino Planetario, che è la nostra biosfera.
In questa meccanica il residuo, terreno di accoglienza della diversità, svolge un ruolo particolare. Lavora contemporaneamente sul numero e sulla molteplicità degli aspetti e dei comportamenti all’interno del numero. Bisogna poter enumerare. Poter leggere.
Lo stupore non può scaturire dall’accettazione della diversità in quanto principio, come uno stock di erbe sfuse o di alberi. Lo stupore nasce dall’intuizione dello sfasamento tra due esseri gemelli, tra due comportamenti simili, tra due dettagli minori quasi identici, di cui un aspetto, improvvisamente difforme, rivela uno stato di mutazione, un cambiamento, una nuova proposta sfuggita ai computer e alle previsioni. Di qui l’importanza di una lettura raffinata: dare nomi alle piante, agli insetti, agli uccelli come si fa con gli umani, con un tratto particolare o un semplice patronimico, riconoscerli per differenziarli.
Gilles Clément